padova

(a cura di Ric)

In matrimonio dell’amico Giovanni

Il matrimonio dell’amico Giovanni

Matrimoni per amore, matrimoni per forza. Ne ho visti di ogni tipo, di gente di ogni sorta. E fin qui, nulla di nuovo, roba già sentita, mi pare. Ma quello che non potrò mai dimenticare è proprio il matrimonio di Giovanni e Valentina. Vi assicuro che c’è di che ricordarsene. Vi chiederete: cosa c’è di così straordinario in due bravi ragazzi che si sposano? In fondo è già successo milioni di volte. Be’, sapete cosa c’è di straordinario? Loro, sono semplicemente loro ad essere straordinari. In vero questa è una convinzione che avevo già maturato in precedenza e questo per averli conosciuti personalmente tutti e due. Non mi dilungherò in elogi, né elencherò le loro innumerevoli virtù. Dirò soltanto, e con piglio del tutto pagano, che chi li conosce li ama e non in senso solo cristiano: li ama proprio, se ne innamora letteralmente…

Tale straordinarietà si è confermata proprio quel giorno: un giorno apparentemente qualunque, con un bel sole, in una Chiesa apparentemente come ce ne sono tante, senza particolari addobbi, con gente normale che si adunava man, mano fuori, sul sagrato, in attesa dell’inizio. Tutti erano già lì all’ora stabilita, senza pompa, senza affanno, lo sguardo sereno ma compreso, i visi emozionati e pervasi, nello stesso tempo, da un distacco quasi divino: uno stato di Grazia, potrei definirlo, rischiando, credo, una qualche sorta di anatema per la mia blasfema empietà.

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La cerimonia inizia in perfetto orario e si rivela subito per quello che è: un vero rito nuziale. Mai mi era capitato di sentire così intensamente la sacralità di quell’avvenimento, una ritualità che da corpo ai gesti, alle scelte, agli impegni e che infonde timore anche. Sì, in quella Chiesa (annessa alla Curia vescovile, mica una qualsiasi) si respirava il timor di Dio, e se lo dico io…

Non farò una cronaca della celebrazione, peraltro perfetta, sonora, sobria e potente al tempo stesso, solo riferirò delle mie impressioni e sensazioni. Tutto era perfetto e normale insieme, tutto era espresso al massimo e, pur tuttavia, senza ostentazione alcuna. Per la prima volta mi sono sentito immerso nella Religione, in un rito che sancisce un patto con Dio: lì c’era DIO! Ho capito d’un colpo un miliardo di cose che sapevo con la testa e che in gran parte condividevo, ma mai, dico mai avevo sentito così potente e chiaro, ancorché lieve e sereno, un principio tanto affermato con le parole, quanto disatteso nei fatti: IL MATRIMONIO È INDISSOLUBILE. E mai come in questo caso ciò che Dio ha unito nessun uomo potrà dividere.

Vabbe’, folgorato sulla via di Damasco, direte. Mi crederete in preda ad una crisi mistica o ad un delirio estatico provocato dall’aura che promanava da quel Tempio, piuttosto che ad una conversione senile. Niente di tutto questo, vi assicuro. Da laico, ho visto come si può essere cattolici: questi sono i cattolici che rispetto.

“Vuoi tu, Giovanni, servo di Dio, prendere Valentina, serva di Dio, come tua Corona? Vuoi tu, Valentina, serva di Dio, prendere Giovanni, servo di Dio, come tua Corona?” Sì, sì. sì, mille volte sì. Cos’altro si sarebbe potuto rispondere? Oh. Giovanni, oh Valentina, miei sposi, mie figli diletti, come non piangere di fronte ai vostri “sì” così chiari, così puri e sicuri? È così che i servi di Dio si sposano, con amore e per amore, ma l’amore per loro stessi e quello per il Dio è indistinguibile. Come il citato Profeta Osea (peraltro, confesso, mai sentito prima) ricordava il matrimonio di Dio con il popolo di Israele (e lo dico non senza un certo brivido) così è il matrimonio religioso: un patto con Dio. Provate voi ora a fare gli scemi se ci riuscite!

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Una turba festante di ragazzine impazzite (tre classi di un liceo femminile dove Giovanni, il mite Giovanni, aveva insegnato) esultavano di ammirazione e di piacere. Un momento solo di vera commozione ho potuto cogliere all’uscita di quel trionfo: le lacrime dell’Eroe mentre abbracciava una ad una, e con notevole dovizia di effusioni devo dire, uno stuolo di radiose fanciulle (sue amiche, ammiratrici?) che lo adoravano come un dio greco (notare le minuscole). Per cosa furono versate quelle lacrime? Per affetto, per gratitudine, per… nostalgia? Battutacce (inevitabili) a parte, che rimpianti si potrebbero mai avere nell’andar sposi a tanta Grazia? Oh Valentina, sublime Ancella, umile Regina! I tuoi dolci occhi, il tuo sorriso gentile mi fa piangere, di gioia, di tenerezza e di… nostalgia!

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Un ultima notazione mi sia consentita. Il minuscolo drappello di noi pipanti, dopo i saluti e gli auguri di rito, si era appena ritirato modestamente in un bar sotto il porticato del Palazzo della Ragione, a fianco della profana piazza delle Erbe, per un brindisi a base di “ombre” e beveraggi vari quando, felicemente sorpresi, viene raggiunto dagli Sposi. Capite? Gli Sposi abbandonavano, seppur momentaneamente, tutti gli altri e ben più intimi e importanti convenuti per salutare noi, ubriaconi e viziosi. Come dimenticare quel gesto così umile e così devoto? Dopo un altro, ed altrettanto doveroso, giro di bevute (in compagnia, peraltro, di un paio di giovani prelati piuttosto allegri) il Nostro inaugurava festoso la sua nuova vita di pipatore: la prima pipata da uomo sposato!


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