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biografia pavese


Una biografia è la storia di una persona e, già nell’intento, ha qualcosa di presuntuoso, perché condensare la vita di chiunque, in poche righe, è un’operazione lacunosa per definizione. Figuriamoci per un personaggio come Pavese che, dopo decenni, è ancora oggetto di studi, analisi e considerazioni. “Non sono uomo da biografia - confidò lo stesso Pavese ad un caro amico, nel lontano 1945, attraversando Piazza Statuto a Torino -. L’unica cosa che lascerò sono pochi libri, nei quali c’è detto tutto o quasi tutto di me”. Accettate, quindi, questa “biografia” curata da MpcBuletin come una modesta nota di informazioni.

nasce Pavese

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre Eugenio, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere.
La madre Consolina Mesturini era figlia di ricchi commercianti di Ticineto Po. Già negli anni ‘10 la famiglia si trasferisce a Torino, in via XX Settembre 79, dove il padre di Cesare muore a soli 47 anni.

“Mio padre morì che avevo sei anni – scrive Pavese in Feria d’agosto – e io giunsi a venti senza sapere come un uomo si comporta in casa. Continuai gia diciottenne a scappare nei prati, convinto che senza una corsa e una monelleria la giornata era perduta. Mia madre aveva cercato di tirarmi su duramente come farebbe un uomo, e ne aveva ottenuto che tra noi non usavamo né baci né parole superflue. Non sapevo cosa fosse famiglia”.
 
Compiuti gli studi a Torino, al liceo Massimo D’Azeglio, ebbe come professore Augusto Monti, figura di grande prestigioPavese al liceo della Torino antifascista. “Tutta la mia vita scolastica mi par che sia stata un continuo litigare con i miei scolari, ossia un ‘discutere’ con essi, specie con quelli più vicini a me – annota Monti in I miei conti con la scuola -. Naturalmente, secondo la lezione data a me dal Leopardi, per cui si può discutere solamente con le persone con le quali sei già d’accordo. E il primo dei miei scolari, il primo che, uscito dalla mia scuola, abbia voluto entrar nella mia amicizia, il primo quindi dei miei scolari più miei, è stato quello con cui ho più a lungo e più tenacemente discusso, anzi, letteralmente, litigato. Avete capito che si tratta di Cesare Pavese”.
 
Discussione e polemica sono continuate costanti dagli anni del liceo tra maestro ed allievo. Alla Pubblicazione de La Luna e i falò Pavese manderà a Monti, il libro con questa dedica “et nunc dimitte me domine” (E adesso perdonami, maestro).
Successivamente, si iscrive all’Università nella Facoltà di Lettere e dopo la laurea (tesi “Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman”, discussa in pieno periodo fascista), mettendo a frutto i suoi studi di letteratura inglese, inizia un'intensa attività di traduzioni di scrittori inglesi e americani (v. bibliografia). Impossibile considerare secondaria questa attività di Pavese. Negli anni del fascismo, l’America, l’oltre oceano rappresentano per un’intera generazione un punto d’approdo, di apertura, di conquista, di liberazione. Il cinema, la musica, la letteratura diventano negli anni bui una specie di faro, una luce che ha segnato la speranza. Pavese fu di quest’epoca uno dei protagonisti indiscussi. Naturalmente lo fu da par suo: da intellettuale quale era. Scrivendo , traducendo e insegnando.
“L’Italia era estraniata, imbarbarita, calcificata – si legge in “Ragioni di Pavese”, pubblicato in Pavese, La letteratura Americana e altri saggi, Einaudi 1990 -. Noi scoprimmo l’Italia…cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in Francia, nella Spagna”.
 
Il suo insegnamento è quotidiano e costante e non solo dalla cattedra, come testimonia Fernanda Pivano.
"D'estate andavamo su una panchina di Corso Moncalieri e mi leggeva, mi spiegava, una poesia di Lavorare stanca, una di Ossi di seppia, una di Quasimodo: una sola, se no non l'avrei ricordata - scrive Pivano in "I miei quadrifogli' -. Avrei passato delle ore ad ascoltarlo parlare, con una voce che avrebbe fatto morire di invidia qualsiasi attore, che, pare incredibile, somigliava vagamente a quella di Hemingway; avrei passato ore ad ascoltarlo mentre mi spiegava le sottolineature rosse o nere o blu alle parole di Faulkner del libro che stava traducendo o mi leggeva le lettere di Vittorini infuriato perché la censura gli imponeva di scrivere "cosce" al posto di "seni" nella traduzione di un Caldwell che stava facendo.
 
Pavese al confinoNel 1931 Pavese perde la madre, in un periodo già pieno di difficoltà. Lo scrittore, infatti, non è iscritto al partito fascista e la sua condizione lavorativa è molto precaria, riuscendo solo saltuariamente a insegnare in istituti scolastici pubblici e privati. Due ore prima del concorso che l’avrebbe abilitato all’insegnamento viene arrestato. In pieno fascismo, dopo l’arresto di Leone Ginzburg, anche Pavese – senza alcun precedente politico, ma direttore, dal ’34 della rivista “Cultura” - per aver tentato di proteggere una donna iscritta al partito comunista, viene condannato al confino, un anno a Brancaleone Calabro (Reggio Calabria).-
“Del mare ho fatto la mia sputacchiera – scrive ad Augusto Monti dal confino, l’11 settembre 1935 -. Lo costeggio e mi ci spurgo, provocandolo a drizzare le corna e inabissare tutto il continente. Ma lui, carogna, mi lecca i piedi”.
Tornato a Torino, dopo aver subito l’intervento della censura fascista, pubblica la sua prima raccolta di versi, “Lavorare stanca” (1936) quasi ignorata dalla critica. Continua a tradurre scrittori inglesi e americani e collabora attivamente con la casa editrice Einaudi.

Durante la guerra, con Torino sotto i bombardamenti alleati, “sfolla” a casa della sorella Maria, a Monferrato. Dal 1936 al 1949 la sua produzione letteraria è ricchissima. Alla fine della guerra si iscrive al Pci e pubblica sull’Unità “I dialoghi col compagno” (1945), nel 1950 pubblica “La luna e i falò” e,premio Strega nello stesso anno, vince il Premio Strega con “La bella estate”. “Il premio fu la solita cosa, un premio dato tra gente che se ne infischia – scrive il 17 luglio 1950 a Lalla Romano -. Ma stavolta li ho battuti: la mia compagnia era tale che io costituivo il centro non solo intellettuale ma altresì mondano e scandalistico della serata. A bomba atomica bomba atomica”.

Ma sono giorni che passano per Pavese come acqua sul marmo. Giunto a Milano, si precipita nell’ufficio di Davide Lajolo in Piazza Cavour. “Ricordo che erano le sei del pomeriggio. Ironizzai affabilmente sul suo vestito elegante e gli offrii il regalo che gli avevo preparato: una pipa dalla forma solenne, di pura marca inglese – registra Lajolo ne “Il vizio assurdo” -. Sorrise appena, mi ringraziò mettendomi una mano sulla spalla. Si affrettò invece a dirmi che al pranzo da Bagutta non sarebbe andato. ‘Non me la sento, portami invece a casa tua. Se tua moglie non ha nulla di pronto, non importa. Che serve mangiare? Tabacco ne ho. Proverò la tua pipa’”.
 
morte di PaveseAll’apice del “successo”, il 27 agosto 1950 a soli 42 anni, in una camera d’albergo a Torino, Pavese si suicida. “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”, sono le ultime frasi che scrisse sulla prima pagina di una copia de “I dialoghi con Leucò”.

Ancora oggi attraverso le sue fotografie ritorna quel suo volto sofferente come portasse costantemente dentro il suo e il nostro dolore. Un volto chiuso sulla sua figura alta, magra, poco curante nel vestire, con gli occhiali abbandonati e l’inseparabile pipa .

Inevitabile “rubare” un ricordo dalla migliore - delle tante pubblicate – biografia curata dall’amico Lajolo: “Ho arato la sua vigna perché sulla terra smossa il ricordo di Cesare Pavese rimanga al di là del fuoco dei falò, al cospetto dell’intramontabile luna”.


MpcBuletin/Erb-SavB/febbraio 2006




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