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E per celare l’imbarazzo
trasse di tasca una pipa fuligginosa
mettendosi a caricarla

(Paura alla scala, Mondadori 1949; p. 97)

Incontrare la vita di Dino Buzzati significa prima di tutto fare i conti con una sorta di camuffamento. Viene in mente una confessione di Descartes: «Come gli attori si mettono una maschera, affinché dalle loro fronti non traspaia la vergogna, così io entro mascherato nel teatro del mondo». Può essere curioso iniziare da un filosofo, e per di più devoto alla matematica, per parlare di uno scrittore che ha fatto della fantasia il proprio spazio illimitato d’azione. Eppure, proprio la definizione, immediata scolastica, di “scrittore” appare ad uno sguardo più attento, proprio una maschera. Buzzati fuì scrittore, ma anche giornalista, poeta, narratore, pittore, scalatore...

Certo: ognuno di noi è, come Pessoa, un “baule pieno di gente”; ma il fatto è che chiamare Buzzati uno scrittore potrebbe essere un’operazione di riduzione, di semplificazione, incompatibile con il modo d’essere proprio scrittore di Buzzati stesso.
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Ora io aspetto che tu venga,
verrai coronato di rose, alto ed elegante
nel portamento, la inseparabile pipa
diagonalmente immessa nella bocca sdegnosa,
gli sguardi chiari rivolti all’immensità dei cieli,
tu, verde, tu inizio della primavera!

(Lettere a Brambilla, De Agostini, 1985; p. 229)
Questa pipa portata in diagonale è metafora dello sguardo di Buzzati. Uno sguardo sì rivolto ai cieli, ma non come il sapiente che, distratto da cose iperuraniche finisce nel pozzo; piuttosto un guardare ostinatamente in cielo quando tutti guardano per terra. Uno sguardo sghembo, sintomo di pensiero sempre e comunque divergente.

Singolare che costui abbia visto i propri natali nel laborioso e poverissimo Veneto del 1906, da madre veneziana e padre bellunese. E’ singolare perché Buzzati parrebbe non avere le caratteristiche pratiche, sbrigative e attente alla pagnotta proprie della gente veneta. Eppure, se conservava una certa taciturna distanza dalle persone, come ogni montanaro che si rispetti, proprio da parte materna egli prese la curiosità tipica dei veneziani, per costituzione sbilanciati a incontrare il mondo per osservarlo da vicino.
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Si fece portare la notizia,
sogghignò, si tolse la giacca,
sedette alla macchina per scrivere,
riaccese la pipa, cominciò...

(Sessanta racconti, Mondadori, 1972; p. 424)
Gli studi di giurisprudenza, intrapresi per le sollecitazioni e la tradizione
famigliari, non gli impedirono, nemmeno terminato il curriculum accademico, di entrare al “Corriere della Sera”, nel 1928, prima come praticante, quindi redattore e infine inviato. Le passioni giovanili per la musica, la montagna, ma soprattutto il disegno si accompagnavano al fascino per la scrittura: terminato il Parini già immaginava un primo romanzo. Una scrittura quindi non del tutto a proprio agio nelle esigenze giornalistiche: al Corriere venne occupato per molto tempo quale titolista. E forse non è un caso: saper cogliere in un battito di ciglia il senso di un pezzo, di un fatto, di una notizia significa guardare alle cose senza fermarsi ad esse. Cercare un senso che giaccia oltre quanto appare ai più ovvio, impiegare l’ironia per decifrare il mondo.
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Egli andava a comperare il tabacco
per la pipa e chissà perché aveva fretta

(In quel preciso momento, Mondadori; p. 105)
Nel 1933 esce il primo romanzo, Bàrnabo delle montagne e due anni dopo Il segreto del Bosco Vecchio, entrambi trasposti in opere cinematografiche negli anni novanta (ad opera rispettivamente di Brenta e di Olmi). In un periodo in cui nessuno scriveva romanzi apposta per il cinema, Buzzati impiegava la penna come strumento visivo: non si trattava di fare letteratura, di interpretare il ruolo – anche sociale –
dello scrittore, quanto “semplicemente” di raccontare storie, e quindi innanzitutto di saperle cogliere nelle cose, per poi portarle agli altri. Il modo, in definitiva, è secondario. Il confine tra lo scrivere, il disegnare, l’immaginare, il pensare non esiste. E questo avvicina Buzzati ad un altro scrittore non-scrittore, perché nel contempo filosofo non-filosofo, che è Albert Camus, che avrebbe adattato Un caso clinico, scritto dal nostro nel 1953 e messo in scena da Strehler. Di Camus, Buzzati disse: «Grazie a Dio non aveva una testa da intellettuale, ma da sportivo, chiaro, da uomo del popolo, solido, ironico con bonomia, in un certo senso una testa da garagista». E in queste parole non si
cerchi una qualche sfumatura elitaria, talvolta tipica di alcuni scrittori italiani. Al contrario: il garagista è una categoria dello spirito, nella quale Buzzati si ritrova. Nella più pesante normalità, nella quotidianità più greve: là si deve cercare l’anello che non tiene, lo scanso ove far leva con il grimaldello dell’assurdo. Del 1940 è il più grande successo, Il deserto dei tartari che, scritto l’anno prima, esce mentre Buzzati è inviato ad Addis Abeba. Anche da quest’opera verrà tratto un film, nel 1976.
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Il suo lettuccio alla Casa nuova sarebbe rimasto
così come lui l’aveva lasciato.
Un pezzetto di candela rovesciato, lo ricorda benissimo,
sopra la mensola vicina, e quattro cartucce vuote.
Poi la pipa appesa a uno spago.

(Bàarnabo delle montagne, Mondadori, 1994; p. 109)
Ma non è la forma lunga, lo stile letterario nel quale egli si cimenta di più, bensì il racconto. Da I sette messaggeri, del 1942, a Le notti difficili del 1971, passando ad esempio per la Boutique del Mistero (1968) e i Sessanta racconti, premio Strega nel 1958: resoconti umani troppo umani, normali e paranormali, per lo più di poche pagine, alcuni affilati, altri persino teneri, fino agli ultimi, arrabbiati e quasi a loro modo di denuncia quando la malattia – già causa della morte del padre – gli addenta il pancreas (ne morirà nel 1972). Sono porzioni allegoriche, magiche, a tratti gotiche, scritte nello stile immediato su cui s’era esercitato nelle stanze di via Solferino. Ancora una volta i fatti stessi si fanno metafora d’altro, quasi che letti individualmente o presi tutti insieme si possa sempre rinvenire nella ricerca, nell’attesa, la cifra del comporre buzzatiano. La medesima curiosità per lo
straordinario esistente abita la sua produzione a disegni: Poema a fumetti (1969), I miracoli di Val Morel (1971) e i tanti dipinti, pensando ai quali Buzzati stesso parlava di sé come pittore con l’hobby della scrittura. Fin dalla prima importante personale del 1967, egli si rivela come una sorta di sileno, di coboldo melanconico, demone sospeso tra la metafisica ritratta da De Chirico e quella parimenti rappresentata nel colore, ma anche con le parole, dal fratello Alberto Savinio.

Se in questo panorama collochiamo infine i lavori teatrali, i libretti e altre operazioni non passibili di ovvia classificazione, come Il libro delle pipe, scritto con Eppe Ramazzotti e pubblicato nel 1946, appare chiara l’impossibilità di chiamare Buzzati uno “scrittore”. E’ stato un visionario, un sognatore, un collezionista di curiosità, mai geloso della Wunderkammer nella quale, con pudore, ancora ci fa accomodare. Ci permetterebbe di fumare, ma probabilmente lui non accenderebbe la pipa.
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